|
L'esperimento di Rosenham
Fonte: http://www.club.it/cuculo/rosenham.html
Tratto da "Il pregiudizio psichiatrico" di G. Antonucci
(psichiatra), ed. Eléuthera
dalla relazione dell'autore
L'impostazione dell'esperimento
Gli
otto pseudopazienti costituivano un gruppo composto. Uno era un
laureato in psicologia, di circa venticinque anni. gli altri sette
erano più vecchi e "inseriti". Tra di loro c'erano
tre psicologi, un pediatra, uno psichiatra, un pittore e una casalinga:
tre erano donne e cinque uomini. Tutti quanti ricorsero a pseudonimi
per paura che le diagnosi loro attribuite potessero in seguito
danneggiarli. Quelli di loro che esercitavano professioni appartenenti
al campo della salute mentale finsero di avere un'altra occupazione,
in modo da evitare le speciali attenzioni che avrebbero potuto
essere loro prestate dallo staff, per motivi di rispetto, o di
prudenza, nei confronti di un collega malato . A parte me (ero
il primo pseudopaziente e la mia presenza era nota all'amministrazione
dell'ospedale e al primario psicologo e, per quanto ne sappia,
soltanto a loro), la presenza degli pseudopazienti e la natura
del programma di ricerca erano sconosciuti allo staff dell'ospedale.
Anche i contesti erano assai vari. Per poter generalizzare i
risultati, si cercò di essere ammessi in vari ospedali.
I dodici ospedali del campione si trovavano in cinque diversi
Stati della costa atlantica e di quella pacifica. Alcuni erano
vecchi e squallidi, altri erano nuovissimi. Alcuni avevano un
orientamento sperimentale, altri no. Alcuni avevano uno staff
numeroso, altri uno staff insufficiente. Solo un ospedale era
privato: tutti gli altri ricevevano sovvenzioni da fondi statali
e federali o, in un caso, universitari. Dopo aver fatto una telefonata
all'ospedale per prendere un appuntamento, lo pseudopaziente arrivava
all'ufficio ammissioni lamentandosi di aver sentito delle voci.
alla domanda di cosa dicessero le voci, rispondeva che erano per
lo più poco chiare, ma per quel che poteva intendere gli
dicevano "vuoto", "cavo" e "inconsistente".
Le voci non gli erano familiari ed erano dello stesso sesso dello
pseudopaziente. La scelta di questi sintomi fu fatta per la loro
apparente somiglianza con certi sintomi di tipo esistenziale.
Si ritiene solitamente che tali sintomi abbiano origine da uno
stato di dolorosa ansietà che deriva dal prendere coscienza
che la propria vita è priva di significato. È come
se la persona allucinata stesse dicendo: "La mia vita è
vuota e inconsistente". La scelta di questi sintomi fu anche
determinata dall'assenza di qualsiasi testo scritto nella letteratura
clinica su psicosi esistenziali.
Oltre ad inventare i sintomi e a falsificare il nome e l'impiego,
non furono compiute altre alterazioni della storia personale o
delle circostanze specifiche. Gli eventi significativi della vita
dello pseudopaziente furono presentasti nella forma in cui si
erano realmente verificati. I rapporti con i genitori e i fratelli,
con il coniuge e i figli, con i compagni di lavoro e di scuola,
purché non risultassero incoerenti con le eccezioni qui
sopra menzionate, furono descritti così com'erano o com'erano
stati. Furono descritte le frustrazioni e le sofferenze, così
come lo furono le gioie e le soddisfazioni. È così
importante che si ricordino queste cose, se non altro perché
hanno influenzato nettamente i successivi risultati, tesi ad una
diagnosi di salute mentale, dal momento che nessuna delle loro
storie o dei loro comportamenti abituali era in alcun modo patologica.
Immediatamente dopo l'ammissione nel reparto psichiatrico, lo
pseudopaziente cessava di simulare ogni sintomo di anormalità.
In alcuni casi, si verificava un breve periodo di nervosismo e
ansia, dato che nessuno degli pseudopazienti davvero credeva che
sarebbe stato ammesso in ospedale tanto facilmente.
Invero il timore che avevano tutti quanti era di essere subito
identificati come impostori e di trovarsi quindi in una situazione
estremamente imbarazzante. Inoltre molti di loro non erano mai
entrati prima in un reparto psichiatrico e anche coloro che vi
erano già entrati erano comunque sinceramente preoccupati
di quello che sarebbe potuto accadere. Il loro nervosismo, dunque,
era del tutto giustificabile, in relazione alla novità
dell'ambiente ospedaliero, ma in seguito diminuì rapidamente.
Se si esclude questo breve periodo di nervosismo, lo pseudopaziente
si comportò in reparto così come si comportava "normalmente",
parlando con i pazienti e con lo staff così come avrebbe
fatto abitualmente. Siccome in un reparto psichiatrico ci sono
pochissime cose da fare, cercava di intrattenersi con gli altri
conversando. Quando lo staff gli chiedeva come si sentisse, diceva
che stava bene e che non aveva più sintomi. Si atteneva
alle istruzioni che gli davano gli inservienti e consentiva alla
somministrazione di farmaci (che però non venivano ingeriti),
seguendo le indicazioni che gli venivano date quando si trovava
in sala-pranzo. Oltre alle attività che gli era possibile
svolgere nel reparto accettazione, trascorreva il tempo scrivendo
le sue osservazioni sul reparto, i pazienti e lo staff. Inizialmente
queste annotazioni venivano scritte "in segreto", ma
non appena apparve chiaro che nessuno ci faceva molta attenzione,
gli pseudopazienti si misero a scriverle su normali blocchi di
fogli, in luoghi pubblici come ad esempio il soggiorno. Lo pseudopaziente,
proprio come se fosse stato un vero paziente psichiatrico, era
entrato in ospedale senza sapere assolutamente quando sarebbe
stato dimesso. Ad ognuno di loro fu detto che per uscire avrebbe
dovuto contare solo sui propri mezzi, riuscendo soprattutto a
convincere lo staff di essere guarito. Gli stress psicologici
associati all'ospedalizzazione si rivelarono considerevoli e tutti
gli pseudopazienti, fuorché uno, avrebbero voluto essere
dimessi quasi subito dopo essere stati ammessi. Erano quindi motivati
non solo a comportarsi da persone sane, ma anche ad essere presi
come esempi di collaborazione. Che il loro comportamento non sia
stato in alcun modo distruttivo è confermato dalle relazioni
degli infermieri, secondo le quali i pazienti si comportavano
in modo "amichevole", "collaboravano"e "non
mostravano alcun segno della loro anormalità".
I normali non sono identificabili come sani di mente
Nonostante si mostrassero pubblicamente sani di mente gli pseudopazienti
non furono mai identificati come tali. Ammessi con una diagnosi
di schizofrenia, con una sola eccezione, furono tutti dimessi
con una diagnosi di schizofrenia "in via di remissione".
L'etichetta "in via di remissione" non deve in alcun
modo essere liquidata come pura formalità, perché
mai nel corso dell'ospedalizzazione era stata sollevata alcuna
domanda su una possibile simulazione da parte loro, né
per altro vi è alcuna indicazione nelle cartelle cliniche
dell'ospedale che fosse emerso alcun sospetto a proposito del
vero status degli pseudopazienti. Sembra invece evidente che,
una volta etichettato come schizofrenico, lo pseudopaziente sia
rimasto intrappolato in questa etichetta. Se lo pseudopaziente
doveva essere dimesso, la sua malattia doveva naturalmente essere
"in via di remissione"; ma non era del tutto sano, né
mai lo era stato dal punto di vista dell'istituzione. L'incapacità
di rilevare la salute mentale nel corso del periodo di degenza
in ospedale può essere dovuta al fatto che i medici operano
con forti pregiudizi nei confronti di quello che la statistica
chiama errore di secondo tipo. Questo significa che i medici sono
più portati a chiamare malata una persona sana (un falso
positivo di secondo tipo) che a chiamare sana una persona malata
(un falso negativo di primo tipo).
Le ragioni di questo fatto non sono difficili da immaginare:
è chiaramente più pericoloso fare una diagnosi sbagliata
su una malattia che su uno stato di salute. È meglio sbagliare
per eccesso di prudenza, sospettare l'esistenza di una malattia
anche in una persona sana. Ma quello che può valere per
la medicina non vale nello stesso modo per la psichiatria. Le
malattie mediche, benché siano eventi sfortunati per chi
ne è colpito, non comportano solitamente un pregiudizio
peggiorativo sull'individuo in questione. Le diagnosi psichiatriche,
al contrario, portano con sé uno stigma personale, giuridico
e sociale . Era dunque importante vedere se la tendenza a diagnosticare
malato di mente chi era invece sano potesse essere invertita.
Il seguente esperimento fu messo in atto in un ospedale dove venivano
svolte attività di ricerca e di insegnamento e il cui staff
era venuto a conoscenza dei nostri risultati, ma non voleva credere
che un errore così macroscopico potesse verificarsi nel
proprio ospedale. Lo staff fu informato che in un certo momento,
nel corso dei tre mesi successivi, uno o più pseudopazienti
avrebbero cercato di essere ammessi in questo ospedale psichiatrico.
Ad ogni membro dello staff fu richiesto di classificare ogni paziente
che si presentava in accettazione o in un reparto a seconda della
probabilità che quest'ultimo aveva di essere uno pseudopaziente.
Si usò una scala divisa in dieci punti, dove il punteggio
1 o 2 rifletteva la convinzione quasi assoluta che il paziente
fosse uno pseudopaziente. Si ottennero voti per 193 pazienti che
erano stati tutti ammessi per subire un effettivo trattamento
psichiatrico. A tutti i membri dello staff che avevano avuto in
prima persona responsabilità nei loro confronti - inservienti,
infermieri, psichiatri, medici e psicologi - fu richiesto di dare
il loro giudizio. Quarantun pazienti furono considerati con un
alto grado di sicurezza come pseudopazienti da almeno un membro
dello staff. Ventitré furono considerati sospetti da almeno
uno psichiatra. Diciannove furono considerati sospetti da uno
psichiatra e da un altro membro dello staff. In realtà
nessun vero pseudopaziente (per lo meno del mio gruppo) si presentò
durante questo periodo in quell'ospedale.
L'esperimento è istruttivo. Indica che la tendenza a designare
malata di mente la gente sana può essere invertita quando
la posta in gioco (in questo caso il prestigio e l'acume diagnostico)
è alta. Ma cosa si deve dire delle diciannove persone per
le quali fu sollevato il sospetto che fossero "sane"
da parte di uno psichiatra e di un altro membro dello staff? Erano
davvero "sane" queste persone, o si trattava piuttosto
del fatto che lo staff, per evitare di incorrere nell'errore di
secondo tipo, tendeva a commettere errori del primo tipo, cioè
definire "sano" il matto? Non c'è modo di saperlo,
ma una cosa è certa: qualsiasi processo diagnostico che
si presti ad errori così massicci non può essere
considerato molto attendibile.
L'alto potere adesivo delle etichette psicodiagnostiche
Oltre alla tendenza a chiamare malato chi è sano - una
tendenza che appare più chiaramente nel comportamento diagnostico
al momento dell'ammissione in ospedale che non dopo un periodo
sufficientemente esteso - i dati stanno ad indicare il ruolo massiccio
dell'etichettamento nelle diagnosi psichiatriche. Una volta etichettato
come schizofrenico, lo pseudopaziente non può far più
nulla per far dimenticare la sua etichetta: questo influenza in
modo profondo la percezione che gli altri hanno di lui e del suo
comportamento. (...) Oggi sappiamo che non siamo in grado di distinguere
la salute dalla malattia mentale. È deprimente pensare
in che modo questa affermazione sarà utilizzata. Non solo
deprimente, ma anche spaventoso: quante persone, viene da chiedersi,
sono sane di mente ma non sono riconosciute tali nelle nostre
istituzioni psichiatriche? Quante sono state stigmatizzate da
diagnosi ben intenzionate, ma ciononostante errate? A proposito
di quest'ultimo punto, si ricordi ancora una volte che l'errore
di secondo tipo nelle diagnosi psichiatriche non ha le stesse
conseguenze che nelle diagnosi mediche. Una diagnosi di cancro
che si scopre errata provoca molto scalpore. Ma raramente si scopre
che diagnosi psichiatriche sono errate: l'etichetta resta attaccata,
eterno marchio di inferiorità.
==================
Commento di Corrado Penna
(membro del Comitato
di base contro la psichiatria di Messina)
L'esperimento di Rosenham è senza dubbio la dimostrazione
più evidente delle menzogne della psichiatria, e vale la
pena spendere due parole per chiarire la portata di questi risultati.
Le conclusioni del dottore che organizzò questo esperimento
sono: "È evidente che negli ospedali psichiatrici
non siamo in grado di distinguere i sani dai malati di mente.
Per chi invece ha un'idea più rigorosa dell'operare scientifico
tale esperimento significa molto di più: la negazione dell'esistenza
della malattia mentale.
Come si può infatti asserire l'esistenza di una malattia
quando non esiste un criterio preciso per distinguerla da uno
stato di salute? Potremmo noi oggi parlare di cancro se non ci
fossero ben precisi rilevamenti diagnostici (biopsia, ecografia,
radiografia, TAC, et.) che permettono un accertamento sicuro della
malattia? Come si può parlare di malattia mentale quando
simili esperimenti provano che i giudizi di sano e malato sono
in questo campo del tutto soggettivi, quasi casuali verrebbe da
dire?
D'altronde questa è una caratteristica specifica della
psichiatria: essa basa le sue diagnosi non su accertamenti medico-diagnostici
quali analisi del sangue, radiografie o altro (come può
fare la neurologia che studia con metodo scientifico le malattie
del sistema nervoso) bensì su di un'analisi del comportamento.
Per una persona che abbia un minimo di apertura mentale questo
potrebbe bastare a fare capire l'assoluta arbitrarietà
dei giudizi psichiatrici, che scadono troppo spesso in valutazioni
puramente moralistiche.
Qualcuno forse a questo punto si chiederà: "Ma non
è forse vero che degli scienziati hanno trovato le basi
genetiche della malattia mentale?"
La domanda è per assurdo priva di senso; mi spiego, se
non è possibile distinguere uno schizofrenico da una persona
sa, come di fa a dire che la schizofrenia si trasmette di padre
in figlio per via ereditaria? Gli "scienziati" che fanno
simili affermazioni schiavi ormai del pregiudizio dominante che
la malattia mentale esiste, dimenticano in certi casi cosa significa
operare con rigore scientifico, e che differenza ci sia fra la
scienza e il senso comune; se gli scienziati avessero sempre fatto
così crederemmo ancora che la terra sia piatta!
© Copyright. Riproduzione consentita solo per distribuzione
gratuita.
|