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Un popolo di malati mentali? C'è differenza tra patologia e disagio mentale? ovvero tra psichiatria e psicologia?

di Diego Garofalo (psicologo, psicoanalista e saggista)

Per sottolineare una verità il miglior modo è esagerarla. Ci provo. L’argomento si presta benissimo: la salute mentale. Oppure, la malattia mentale. Sono la stessa cosa? Evidentemente no. Eppure in una recente Conferenza Nazionale organizzata dal Ministero della Sanità e dalle Associazioni delle famiglie di malati mentali, s’è messo sullo stesso piatto (indigesto) dieci milioni di italiani che soffrono di un disturbo psichico di qualche rilievo (meno male che è stata esclusa l’angoscia esistenziale) ed i circa seicentomila malati mentali gravi, che pesano sulle famiglie (dopo la doverosa chiusura dei manicomi-lager) e che mettono in tilt le strutture sanitarie che se ne occupano (i Dipartimenti di Salute Mentale). L’impressione, e l’illazione logica, è che tutti costoro sono e debbono essere curati da questi servizi, per definizione psichiatrici e diretti da psichiatri. In altre parole, di tutto il disagio psichico si occupa la psichiatria. Quanto a prevenzione o promozione della salute mentale, neanche a parlarne (ed infatti non se ne è parlato, in quella sede). Insomma, viva la psichiatria.

Per chi volesse farsi venire qualche dubbio, consiglio la lettura di un bel libro della Roudinesco, Perché la psicoanalisi? (Editori Riuniti, 2000). Intanto, per i profani cominciamo a dire che la psichiatria è quella branca della medicina che si occupa della malattia mentale. Ed ai profani conviene ricordare quello che gli stessi psichiatri spesso dimenticano: la complessità appunto di un fenomeno quale il disturbo mentale, sicuramente multideterminato a livello biologico, psichico e sociale. Ora, mentre la psichiatria classica cercava di considerare tutte queste componenti ispirandosi alla clinica, alla psicodinamica ed alla componente culturale del disturbo mentale, la psichiatria d’oggi, forte dei successi delle neuroscienze e di una nosografia internazionale basata sui comportamenti, s’è data anima e corpo alla psicofarmacologia: le pasticche, per intenderci. Quelle che curano ogni disturbo: dalla depressione alla mania, dall’ansia alla schizofrenia. Sono questi psicofarmaci che, sostenuti da un movimento culturale allora d’avanguardia, hanno permesso di fatto la chiusura appunto dei manicomi. Ma una volta presa questa strada, è stata una discesa inarrestabile verso l’imperialismo della farmacologia e del “bio-potere” che trasforma la mente in cervello e il disagio psichico in patologia o malattia che dir si voglia. E se ogni disturbo psichico è ridotto al suo corrispettivo biologico, la sua cura non può che essere la cura psichiatrica! A che serve allora la psicologia e la psicoterapia? A niente, o -bontà di qualcuno- a poco. Tanto più che essa è svolta da una nuova categoria di laureati (appunto in psicologia, non in medicina) le cui competenze psicologiche e psicoterapeutiche sono per statuto ordinistico dei seguaci di Ippocrate comprese nella qualificazione medica e soprattutto psichiatrica. Così, gli psichiatri possono ben dirsi (e si fanno pure chiamare) psicologi, ma guai il contrario (ammesso, e non concesso, che lo vogliano). Addirittura gli stessi medici di famiglia, in quanto medici, possono pure prescrivere psicofarmaci (tanto più che non hanno proprio il tempo per ascoltare i pazienti, ma solo per fare ricette). Del resto, a che serve più l’ascolto in una concezione scientifica che oggettiva anche il disagio come comportamento disturbato e la guarigione come scomparsa di sintomi? E che vede l’ascolto psicoterapeutico solo in termini di comprovata e sicura efficacia?

Ma a questo punto due sono (si diceva un tempo) i corni del dilemma: o si è ben felici di una psichiatria così onnipotente da evitarci il peso della nostra responsabilità, oppure non serve a niente una psichiatria che cancella la nostra “soggettività”. “La seconda che hai detto!” (a mio modesto giudizio). È mai possibile che a livello culturale (politico, di organizzazione sociale) non si capisca la necessità di ribaltare una simile concezione, che sì e no può andare bene appunto per i casi di malattia mentale grave e non per affrontare nel profondo del vissuto personale e sociale il disagio psichico? Certo, finché gli psicologi continuano ad inseguire e scimmiottare i medici per una “cura” del disagio psichico -che invece consiste essenzialmente nel “prendersi cura” ed aiutare l’altro a prendersi cura di sé- essi saranno considerati operatori di serie B. Devono invece poter sostenere coi fatti (ed essere messi in grado di farlo) la radicale diversità di una visione psicologica del disagio basata sul valore pieno dato alla soggettività ed alla relazione. Devono valorizzare tutti gli strumenti psicosociali della prevenzione e della promozione della salute e della comunità, perché la psicologia non è solo psicoterapia. Devono poter organizzare dei servizi di promozione della salute mentale in età evolutiva che nella loro concezione di intervento globale e complesso per lo sviluppo sano di tutti i bambini sia un modello per i servizi mentali degli adulti (e non il contrario, come qualcuno sembra miopemente auspicare). Devono poter animare e convogliare in questo sforzo di promozione ecosistemica della salute tutti i diversi curatori della salute a vario titolo in essa impegnati (genitori, insegnanti, sociologi, politici, amministratori, educatori professionali, assistenti sociali, ecc.). E tutti dobbiamo lottare per una più comprensiva concezione della “mente”, la cui salute significa buona relazione tra tutte le parti di sé e con tutte le altre menti, cultura e natura comprese.

 
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ultimo aggiornamento 04/2005