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Luigi Rellini di mestiere fa il meccanico. Ieri ha compiuto 65 anni. E' umbro di origine, ma vive a Roma da quarantaquattro anni. E' riuscito a sfidare quella Sanita' malata e a vincere quegli intrighi e quelle coperture. Carlo era il secondo di tre fratelli: lavorava e studiava, alla sera, nell' istituto tecnico Galileo Galilei. Fu proprio
una sera, quella del 21 aprile 1988, che Carlo chiamo' casa: "E'
tutto a posto, sto tornando". Tutto a posto che cosa?, si chiesero
in casa Rellini. "Carlo, ma e' successo qualcosa?". "Ma
no, se vi dico che e' tutto a posto. Sto tornando". Quando torno'
capirono che a posto non c'era proprio niente. "Non sapremo mai
che cosa gli era successo davvero", spiega il professor Roberto
Roberti, perito di parte della famiglia Rellini al processo contro i
medici: "Forse l'esordio improvviso di una psicosi acuta. Comunque
una condizione curabilissima". Quello era l'ingresso del tunnel
per Carlo Rellini. "Comincia a dare i numeri", come dice il
padre. Il giorno dopo comincia il giro per medici e psichiatri. Se Nanni Moretti per la sua malattia raccontata in "Caro diario" incontro' anche "il principe dei dermatologi", Luigi Rellini va dal principe degli psichiatri, con uguale fortuna. I milioni cominciano a correre ma le crisi si fanno sempre più ravvicinate nonostante "le dieci gocce di..." e "le quindici gocce di...". Miglioramenti, peggioramenti, la caduta. Carlo non sopporta la luce, Carlo non sopporta il canto degli uccelli, Carlo non sopporta la radio accesa. Uno dei medici, collaboratore del principe degli psichiatri, consiglia il ricovero nella casa di cura Samadi, specializzata in cure del sistema nervoso. Ci vuole del bello e del buono per convincere Carlo ad andare in quella clinica. Poi il padre ci riesce e insieme varcano, alle tredici del nove maggio, il cancello della Samadi. L'antifona, i Rellini, la capiscono subito. I medici chiedono: "Ci autorizzate ad applicare la cura del sonno?". E che cos'e'? "Una cura che facciamo ai nostri pazienti. Firmate qui e non dite niente a nessuno. Vedrete che in un paio di giorni vostro figlio sara' guarito". La cura del sonno e' l'elettrochoc, naturalmente. Luigi Rellini lo capisce, chiede aiuto a uno degli psichiatri che ha contattato e riceve il consiglio di non firmare. Ma le insistenze del medico della Samadi si fanno sempre piu' pressanti. Rellini cede e firma, alle dieci della sera. Tre giorni dopo il dottor Francesco Orlando arriva assieme a un'infermiera e a una scatola. E' la scatola delle scosse. Un quarto d'ora e Orlando esce: e' andato tutto bene, dice, il ragazzo "sopporta benissimo". Luigi Rellini: "Non dimentichero' mai queste parole. Mi disse: se non sara' domani, sara' dopodomani, senno' domenica. Ma voi preparate gia' da ora una festa per quando uscira'. Sembrava un padreterno". Senonche' nessuno aveva messo in conto che una febbriciattola si era già impadronita di Carlo. 37 e 4. Quando il medico esterno che aveva consigliato il ricovero alla Samadi sapra' della febbre bestemmia. Ma intanto e' gia' tardi. Mentre la febbre sale a 38 e 4, c'e' il giorno dopo la seconda botta di elettrochoc. Spiega il professor Roberti: "La febbre da antipsicotici provocava un irrigidimento, l'irrigidimento fu preso per catatonia. La febbre piu' l'irrigidimento piu' l' elettrochoc provocarono un'insufficienza di ossigeno al cervello". Cio' nonostante, il 14 maggio arrivo' la terza botta di elettrochoc, quella fatale. Fortissime crisi epilettiche. Infine il coma. E' il 3 giugno quando Carlo viene trasferito all'ospedale San Filippo Neri. Ne uscira' esattamente quattro mesi piu' tardi. Al Gemelli troveranno che pesa 34 chili, che ha venti centimetri di femori scoperti, che ha le piaghe da decubito in fase avanzata. "La cosa peggiore", gli dice un primario di Rianimazione, "e' che suo figlio sta morendo di fame". Morendo di fame? Si', la sua dieta al San Filippo Neri era di mille calorie o poco piu', quando gliene sarebbero occorse cinquemila. Carlo mori'
un mattino freddo del 1989, il 27 gennaio. Nove mesi dopo quel "tutto
a posto".
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