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Rischi in pillole il Seroxat
Ma quale medicina fa bene o male?
di CARMELO ABBATE
Da: Panorama
- 14 Giugno 2002
Fonte: http://www.mondadori.com/panorama/area_2/10574_1.html
È un antidepressivo. Ma sempre più pazienti denunciano
gravi effetti collaterali. Al punto che tre procure hanno avviato
accertamenti. Mentre negli Usa è già partita una
maxi richiesta di risarcimento.
Il ministro della Salute Girolamo Sirchia
Se fosse una storiella andrebbe raccontata più o meno così.
Otto anni fa un uomo incontra la depressione. All'inizio prova
a darle del tu, dopotutto è solo un puntino nero all'orizzonte.
Paura, ansia, vertigini: presto la macchiolina diventa una nuvola
nera. Intanto, negli Stati Uniti, un gruppo di persone denuncia
una casa farmaceutica per i danni subiti dall'assunzione di un
antidepressivo. L'uomo lo legge in un trafiletto e sgrana gli
occhi: la stessa pillola che prende lui. Si rivolge a un magistrato,
che apre un'inchiesta. Le denunce fioccano.
Peccato che qui non si tratti di una favoletta. Anzi, la faccenda
rischia di diventare seria. Il Seroxat, ovvero il farmaco antidepressivo
della stessa famiglia del Prozac, oltre che curare la depressione
provocherebbe in alcuni pazienti palpitazioni, coliche epatiche,
un crollo della libido, vertigini, confusione, disorientamento.
Questo, almeno, stando alle accuse dei 31 pazienti americani e
dei nove italiani che si sono rivolti alla magistratura.
Se le accuse si rivelassero fondate, bisognerebbe trovare una
spiegazione esaustiva per le oltre 100 milioni di persone di tutto
il mondo che hanno assunto il Seroxat negli ultimi dieci anni.
Solo in Italia, nel 2000, sono uscite dalle farmacie ben 5 milioni
di confezioni (vedere scheda nella pagina a fianco).
Ancora una volta, come in occasione della vicenda del Lipobay
della Bayer, tocca al procuratore di Torino Raffaele Guariniello
fare luce. Nel fascicolo aperto nel settembre 2001 l'ipotesi di
reato è lesione colposa, il procedimento è a carico
di ignoti. «Bisogna capire se sono state adottate le misure
a tutela del paziente» dice Guariniello. «Valutare
se gli effetti avversi sono tali da rendere ingiustificata la
presenza del farmaco sul mercato». Intanto l'inchiesta si
allarga. E non solo in Italia, dove indagano altre due procure,
in Sicilia e in Trentino-Alto Adige, ma anche all'estero. Oltre
ai casi degli Stati Uniti portati in tribunale dall'avvocato Karen
Barth (vedere il riquadro a pagina 68), alcune querele sono state
registrate in Canada. Qui, a Toronto, agli inizi di maggio è
uscito uno studio sui neonati da donne che hanno assunto il Paxil
(questo il nome americano del Seroxat, dove il principio attivo
è lo stesso: paroxetina). Ebbene, 12 bimbi su 55 hanno
sofferto di ipoglicemia e disturbi della respirazione nelle prime
due settimane di vita. E non è tutto: la magistratura indaga
anche in Gran Bretagna e Australia.
Ma che cos'è, come agisce, quali benefici apporta questo
farmaco che in Italia, nei primi anni Novanta, qualcuno aveva
accolto con enfasi, al grido di «Timidi di tutto il mondo,
una pillola vi salverà», per sottolinearne gli effetti
sull'umore oltre che sulla depressione? Si tratta di un farmaco
che, come il Prozac, appartiene alla categoria degli Ssri (Selective
serotonin reuptake inhibitors), cioè degli inibitori del
riassorbimento della serotonina, una sostanza chimica presente
nel nostro organismo che influenza l'umore. Troppa serotonina
porta a insonnia e disappetenza, poca causa la depressione. Il
Seroxat aumenta i livelli di serotonina nel cervello. Michele
Martino, 57 anni, l'uomo che con il suo esposto ha dato il via
al filone d'inchiesta italiano, ne prendeva anche tre pastiglie
al giorno. Negli ultimi otto anni ha bussato, disperato, alla
porta di psichiatri, neurologi, perfino maghi e cialtroni. La
salute non è cambiata, il portafoglio sì: 100 milioni
di vecchie lire andati in fumo. Oggi la sua vita sta tutta in
un appartamento scarno in provincia di Torino, dove vive in compagnia
di un barboncino. La famiglia si è sgretolata: là
dove c'erano la moglie e la figlia ora c'è una montagnetta
di medicinali. «A causa di questo farmaco la mia vita è
diventata un inferno. Non riesco neppure a uscire di casa, figuriamoci
a guidare, ho problemi pure a rifarmi il letto. Adesso sto parlando
perché mi sono imbottito di pastiglie».
Non sono d'accordo, ovviamente, alla Glaxo, la multinazionale
britannica che produce il farmaco e lo vende in più di
100 paesi di tutto il mondo. In una nota a Panorama si afferma
che «complessivamente le reazioni indesiderate sono di moderata
entità e non influenzano la qualità di vita del
paziente. Quando si interrompe bruscamente il trattamento possono
comparire sintomi di astinenza. Le dosi devono essere ridotte
in modo graduale per minimizzare l'entità di tali sintomi».
Ecco, sembra proprio l'interruzione il momento cruciale. Per il
farmacotossicologo Massimo Di Muzio, «più che di
sindrome da dipendenza bisogna parlare di sindrome da sospensione.
Nel foglietto illustrativo è chiaramente specificato che
il farmaco va sospeso in modo graduale».
Il ruolo fondamentale, a questo punto, è quello del medico.
«All'inizio, diciamo le prime due settimane, va prescritto
a dosi basse da 5-10 milligrammi, per poi aumentarlo progressivamente
quando il paziente aumenta la tollerabilità al farmaco»
spiega Agostino Baruzzi, direttore del Dipartimento di scienze
neurologiche dell'università di Bologna. Sul farmaco il
giudizio di Baruzzi è molto chiaro: «Io ho assistito
alla registrazione in Italia ed era molto ampia. Devo ammettere
che raramente ho visto una documentazione sperimentale e clinica
così completa. Secondo me, è un ottimo farmaco».
Tutto bene dunque? Non proprio. Nella storia del farmaco c'è
qualche piccolo neo. Dal 1992 al 1996, le segnalazioni di esperienze
avverse sono state oltre 26 mila in tutto il mondo. In Italia,
al ministero della Salute, dal 1993 a oggi sono arrivate più
di 100 segnalazioni. Ma una nota del dicastero inviata a Panorama
assicura che «in merito alle notizie riguardanti presunte
conseguenze gravi legate all'utilizzo di alcuni farmaci antidepressivi,
il ministero della Salute informa che in quasi 10 anni, nessuna
segnalazione di reazioni gravi all'assunzione di paroxetina è
giunta al ministero».
Resta il fatto che la Glaxo è stata condannata a risarcire
con l'equivalente di oltre 7 milioni di euro i parenti di un uomo
che, sotto l'effetto del medicinale (sembra avesse preso due pillole),
si è tolto la vita dopo aver ucciso moglie, figlia e nipote.
Questo accadeva lo scorso anno negli Stati Uniti. Allora si parlò
molto di un aumentato rischio di suicidio nei pazienti trattati
con antidepressivi. «Questa associazione tra medicinale
e suicidio è stata esclusa dalla commissione per la sicurezza
dei farmaci inglese, una delle strutture più accreditate
al mondo nel settore» taglia corto il professor Achille
Caputi, ordinario di farmacologia all'università di Messina
e membro di una sottocommissione della Cuf (Commissione unica
del farmaco).
E lo scorso anno, il «Washington Post» puntò
il dito contro la campagna di informazione sulla sindrome da ansia
sociale usata come strumento di marketing per vendere pillole.
Un meccanismo semplice: l'informazione sulla malattia per promuovere
la vendita del rimedio. «È uno dei rischi della medicina
attuale, una medicina senza fondamenti morali adeguati»
sostiene Carlo Flamigni, ordinario di ginecologia all'università
di Bologna, ex membro della Commissione nazionale di bioetica.
«Si avvera il sogno delle grandi industrie farmaceutiche:
quello di inventare una malattia per vendere i farmaci».
© Arnoldo Mondadori Editore-1999
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